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PAOLO MANARESI - ANTOLOGIA CRITICA GLI ANNI ’50
Carlo Alberto Petrucci, 1950 ...Trascinato alla ribalta con fatica per la innata
modestia, ecco Paolo Manaresi; e non riusciamo a persuaderci che un
incisore di tempra così schietta abbia potuto tanto a lungo rimanere
nell’ombra... Dalla presentazione in catalogo, Mostra a cura della
Calcografia Nazionale, Nino Bertocchi, 1952 ...Manaresi non è di quelli che per dipingere han
bisogno di spalancar sul tavolo i sacri testi dell’<<Art
Vivant>>, di sparpagliar sul piancito tricromie di Picasso o di
Klee. La sua cultura figurativa non riesce a sopraffare il
suo amore per la chiarezza espressiva e per la coerenza mentale.
Manaresi ha assimilato attraverso lo studio di Morandi, ciò che è vivo
in una particolare e moderna interpretazione dello
<<stile>>; e adesso, senza ridursi a epigone morandiano, sa
dar vita ai suoi fogli e alle sue tele con la spontaneità che fu
propria delle sue operette giovanili. Sarà facile, a chi s’intende di linguaggio grafico,
scorgere nel <<fare>> di Manaresi le tracce di una profonda
disposizione al <<poemetto di prosa>> tradotto in termini
pittorici. Nelle più intense fra le sue acqueforti è sempre chiaro un
lineamento fondamentale, un tono dominante, un rapporto di forze
chiaroscurali, insomma, che è specchio o equivalente poetico di una
sensazione vivamente colta e trasferita sul piano delle metafore
liriche. Nella vivacità dei contorni isolati, nella articolazione delle
masse, nel gremito e forte intreccio dei segni adunati in larghe zone
d’ombra, è sempre reperibile una eleganza e una grazia che sono
proprie soltanto dei costrutti sintattici di cui si anima la poesia
delle forme. Manaresi non cade mai nello chic decorativo o nel
balbettamento dei ripetitori di schemi <<moderni>>. Le sue
cadenze chiaroscurali, i suoi timbri e le sue note alte partecipano di
una nativa disposizione al ritmo, che i neofiti dell’astrattismo
cercano in vano di surrogare con la disanimata articolazione dei pezzi
rugginosi di un consunto <<meccano>>. La visione manaresiana
è ancora e sarà sempre aderente alle figure e alle apparenze
del mondo. Sarà più o meno limpida o accesa, più o meno simile a
quella propria di altri artisti di ogni
tempo; ma sarà sempre specchio di un animo libero e ardente,
vivo e pulsante come un cuore ricco di sangue non bastardo. E quando l’occasione è felice, quando il motivo è
di quelli che toccano più a fondo lo spirito di questo bolognese
solitario, allora la grafia e il tono manaresiani attingono una
concitazione e un rigore che si riscontrano soltanto nei più vivi testi
della poesia chiaroscurale di ogni tempo... ...Le sue incisioni toccheranno il cuore e la fantasia
di tanti che ancora sono sensibili a una casta e patetica
dichiarazione di fede nel significato umano dei rapporti di luce ed
ombra, di linea e di tono, strettamente aderenti ad una realtà
incorruttibile. Dalla presentazione
in catalogo, Galleria Il Grifo, Torino Marziano Bernard, 1952 ...Alla buon’ora! Questo allievo di Morandi, che da
Morandi ha derivato soltanto una tecnica eccellente, mentre i suoi
interessi figurativi, assai più vasti di quelli del maestro, potrebbero far pensare piuttosto ad un Bartolini meno letterario, e il
suo rigore formale lo avvicina - nel disegno (e si vedano questi due
splendidi disegni di monache, a sanguigna) - a Manzù; questo
quarantatreenne oscuro pittore che per molto tempo insegnò in scuole
d’arte provinciali e da soli due anni si è rivelato in Italia e
all’estero incisore fra i nostri più notevoli (sue stampe alla
Calcografia di Roma e in musei di Londra, Bruxelles, Anversa) deve ad un
occhio limpido, a una mano felice, a un sentimento vivissimo della realtà
naturale, a un temperamento generoso e pronto a forti commozioni, se le
sue immagini schiette, energiche e delicate, virili e patetiche,
umanissime sempre e apertamente leggibili (senza i cifrari ad uso dello scoraggiato visitatore di mostre
<<attualistiche>> ridottosi nove volte su dieci ad un
dilettante d’enigmistica), eccitano alfine in noi umori davvero
vitali, curiosità davvero mordenti al di fuori del solito giochetto di
problemi e di intenzioni, ripagandoci per un quarto d’ora della
plumbea noia di una interminabile polemica condotta - come scrive
Bertocchi - <<da letterati falliti, da dottoricchi in fragola
d’avanguardismi, disposti ai gesti più disumani>>. Quanto di drammatico l’acquaforte può esprimere con
i suoi neri profondi, quanto di aperto sull’infinito più
leopardianamente fingere col preciso lievissimo segno d’un particolare
(<<Il vero, il finito altro non sono che l’infinito>>
diceva Fontanesi), quanto di luminoso può dare con la naturale
chiarezza della carta per modulare i <<toni>> dell’inchiostratura,
lo trovi dimostrato in queste pagine bellissime del Manaresi. In un palmo di paesaggio, con semplicità estrema di
mezzi, i piani si dispongono in nitido ordine creando lo spazio; in una
elementare composizione di figure, il contrasto delle forze
chiaroscurali, la decisione del contorno, l’articolazione delle masse,
determinano spontaneamente il contenuto della rappresentazione, tragedia
o idillio che sia. Perché Manaresi è di quegli artisti, ormai rari,
che stimano i valori puramente decorativi insufficienti a una piena
espressione poetica. Da <<Gazzetta del Popolo>>, 18 marzo 1952 Remo Wolf, 1952 La presentazione di un amico comune mi fece conoscere
l’aspetto fisico di Paolo Manaresi: un viso semplice in cui due grandi
occhi vivi ed onesti ed un fine sorriso parlavano già ampiamente della
sua spontaneità. Gli eventi di una manifestazione a cui si assisteva ci
portarono solo allo scambio di poche parole e di poche idee, sufficienti
però a riconfermare le vive impressioni che le opere di questo artista,
uomo semplice, suscitano in chi le guarda: opere in cui ogni segno è
reso in modo assoluto nel valore dell’incisione stessa. Paolo Manaresi vive a Bologna: è stato per diversi
anni insegnante in una lontana ed isolata scuola d’arte del Piemonte,
e forse quell’isolamento l’ha portato ad approfondire il concetto di
<<poemetto in prosa>> tradotto in termini pittorici. Nelle
sue acquaforti appare infatti sempre chiara una linea fondamentale, il
giocare dei rapporti di elementi chiaroscurali riversabili in quella che
è una dimensione poetica, vivamente colta. Ecco quindi contorni vivaci
contrapposti ad ampie masse chiaroscurali, masse prodotte da un minuto,
forte e sicuro intreccio di segni che creano ampie zone d’ombra
costruenti sinteticamente le forme e creanti un parallelo poetico. Ma
tutto ciò non scivola mai in uno schema decorativo o di pura abilità,
perché un sentimento profondamente umano scioglie il linguaggio
puramente astratto delle forme. Da <<L’Adige>>, 10 agosto 1952 Carlo Alberto Petrucci, 1953 Rimaste troppo a lungo, inspiegabilmente, nell’ombra, le stampe di Paolo Manaresi hanno da poco cominciato a circolare, affermando subito la loro efficienza, e assegnando all’autore l’alto posto che gli compete fra gli incisori italiani. Non erano conosciute neanche in questo emporio sempre
aggiornato che è la Calcografia, finché, un giorno piuttosto recente,
ve ne apparve una portatami da un appassionato raccoglitore, il caro
amico Umberto Vichi, che l’aveva scovata a Bologna. Non ne ricordo il
soggetto; ma più assai di quello fu la <<cavata>> piena,
sonora vibrante, che subito mi interessò, rivelandomi tutti i caratteri
di un incisore nato. La traduzione delle immagini in linee e valori avviene
in Manaresi con tale facilità da considerarla senz’altro un fatto
naturale. Egli possiede una delle doti più preziose per chi affronta il
metallo: la spontaneità e la semplicità della grafia. Una sola punta,
una sola morsura, talvolta interrotta da una o due coperture a garanzia
dei chiari, ed è tutto. Ridurre in tal modo lo strumentale ai suoi
elementi essenziali, significa chiarezza di visione, sicurezza nel
procedere, fiducia nelle proprie forze, fiato sufficiente a realizzar
l’opera di colpo. Chi è del mestiere conosce e conosce le risorse
illimitate dell’acquaforte, sa bene che moltiplicare i fattori vuol
dire moltiplicare le difficoltà di padroneggiarle e aumentare i rischi
d’insuccesso; tanto stretta è la loro interdipendenza, tanto
approssimativo ed incerto l’apporto concreto di ciascuno per la sua
connessione a quello degli altri. Raggiungere maggior precisione e
varietà di accenti vuol dire quasi sempre perdere in concisione e in
forza espressiva quello che si guadagna in preziosità. Manaresi impernia il suo procedere esclusivamente sulla
distanza, la forza e l’incrocio dei segni, i fattori basilari, cioè,
ai quali è affidata la esatta dosatura dei valori. Degli incroci è
piuttosto avaro, e vi ricorre con parsimonia. La maggiore o minore
compattezza del tracciato è stata sempre la preoccupazione prima degli
incisori, massimamente dei bulinisti, i quali ne studiavano ogni volta
la consistenza, saggiandola a lungo prima di accingersi al lavoro. La derivazione morandiana di simile tecnica è palese,
nel parallelismo, nella equidistanza, nella stessa lunghezza dei segni.
Identica è la situazione di partenza; identica o quasi la condotta
grafica; ma quale diversità di risultati! I segni impetuosi, scattanti
di Manaresi si distaccano fin dall’inizio da quelli più lenti,
sorvegliati, commossi del Maestro, volto all’ascesi e assorto nella
contemplazione del suo mondo fantastico. In Manaresi, invece,
l’impazienza e la foga stringono i tempi, non consentono
l’attardarsi in particolari, reclamano vivacità e rapidità di
morsura. L’arte sua sbocca nel dramma, palese o latente in ogni opera.
Lo senti nell’amore per il contrasto, spinto frequente sino
all’urto; lo senti nella costante prevalenza delle masse di scuro
sulle quali la luce non riesce ad imporsi. Si direbbe anzi che essa
intervenga per valorizzarle, e rendere ancor più vigorosa una sostanza
grafica già nutritissima dalla cui dolcezza di timbri sgorga una vena
di commovente, appassionata poesia. La vita non sembra essere stata generosa con lui,
maggiormente esposto alla sofferenza per la particolare sensibilità del
suo temperamento. E’ uno stato di cose che influisce indubbiamente
sulla scelta dei soggetti, e spiega l’abbondanza delle vedute di
periferia che ci appare tanto più logica e coerente se posta in
rapporto al gusto per le masse larghe, semplici, squadrate. Il tedio che emana da quei fabbricati senza volto,
tutti uguali e ugualmente tediosi in ogni parte del mondo, è riscattato
dalla trovata delle finestre illuminate attraverso le quali si irradia,
disperdendosi nel buio, la poesia dell’intimità familiare.... Dalla presentazione
in catalogo, Calcografia Nazionale, Roma Nicola Valle, 1953 ...Manaresi è un’acquafortista d’eccezione:
incidendo dipinge, celebra, canta. Seguirlo in quelle sue figurazioni di
campagne soleggiate o di buie strade o case sinistramente illuminate da
lame di luce che ne scoprono qualche particolare, significa comprendere
il suo vigile senso della realtà che egli esprime ed elabora
intensamente. Da <<Il Giornale d’Italia>>, 1953 Piero Scarpa, 1953 ...Della sua distinta personalità di pittore ne ebbero
la prima documentazione i visitatori della XXIV Biennale di Venezia del
1948, quando fu esposto il dipinto ad olio intitolato ‘Frate
pittore’, rivelatore della spiccata sensibilità del suo autore, il
quale dimostrava di essere in possesso d’una tecnica sicura che gli
consentiva di esprimersi
con scioltezza di pennellata pari a quella che nel miglior modo
differenziava i maestri dell’impressionismo nostrano dai pittori
dell’epoca neoclassica. Nella XXVI Biennale del 1952, il Manaresi si trovò in
grado di aggiungere all’ottenuta stima di buon colorista la più ampia
considerazione per la sua attività d’incisore. ...Nella sua produzione grafica si allontana
decisamente da ogni accademismo per poter respirare liberamente in
un’atmosfera purgata dai miasmi del convenzionalismo. Egli ama il vero
e lo studia non analiticamente e come si presenta ai suoi occhi nella
realtà, ma cerca invece di penetrare nell’intimità del sublime
spettacolo offerto dal Creato per porre in rilievo, attraverso l’opera
d’arte, l’essenza spirituale della natura. ...Il disegno non accusa difetti di costruzione e il
chiaroscuro che lo accompagna, anche quando l’ambiente cupo e grigio
in cui si svolge la scena è di ermetico contenuto, in virtù della
magnifica esecuzione grafica, rivela incomparabili preziosità
d’insieme e di particolari. Confrontando le stampe prodotte da mezzo secolo in qua
da insigni incisori di diversa nazionalità con quelle del Manaresi si
avrà la prova della superiorità delle seconde sulle prime perché esse
sono prevalentemente pittoriche e sensibilizzate da una maniera
d’incidere che durante il lavoro richiesto dall’interpretazione del
vero non soffre pentimenti di nessun genere. ...Il pittore sensibile al colore e l’incisore
provetto che ha saputo imprimere alle sue stampe un sereno senso di
umanità, ed è riuscito a donare alla visione paesistica e specialmente
ai notturni, un suggestivo aspetto poetico, con la mostra odierna ha
avuto una favorevole occasione per dimostrare a quanti si compiacciono
di seguire gli audaci movimenti dell’arte d’oggi, che il rispetto
della forma e l’interpretazione del vero con il concorso dell’anima
sensibile alla bellezza della natura, è il miglior mezzo per farsi
valere e per farsi ammirare. Da <<Il Messaggero>>, 19 maggio 1953
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